Come molti di noi sono venuta a conoscenza del metodo Bullet Journal attraverso il web, attratta dalle immagini curate e dalle pubblicazioni accattivanti di artiste che realizzano decorazioni meravigliose. Incuriosita, ho acquistato il libro di Ryder Carroll e lì ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo: l’essenza del metodo e la sua filosofia sono profonde, autentiche, quasi minimaliste. La decorazione non è fondamentale, anche se può essere un mezzo per fermarsi, respirare, riflettere. Ma non è il cuore del metodo. Quello che davvero conta è la possibilità di creare uno spazio tutto nostro, flessibile, vivo, che cambia con noi.
Quando ho cominciato a usarlo stavo cercando qualcosa che mi aiutasse a mettere ordine nel caos, ma non solo: avevo bisogno di uno strumento agile, veloce, che seguisse i miei ritmi irregolari, che mi permettesse di annotare in fretta, di non sprecare pagine, di adattarsi ogni giorno alle mie necessità. In quel momento non sapevo che stavo anche scegliendo un modo per prendermi cura del mio tempo e della mia memoria. Oggi, dopo tre anni, sfoglio quei taccuini fitti di appunti, idee, riflessioni, liste e progetti: non sono decorati, non hanno disegni o adesivi, ma custodiscono frammenti autentici della mia vita. Sono diventati una sorta di archivio affettivo e creativo, un modo per guardare indietro e riconoscere i passi fatti, ma anche uno spazio dove posso progettare, riflettere, fare chiarezza. Scrivere a mano mi restituisce la sensazione concreta di avere il controllo su ciò che vivo, e il fatto che tutto sia gestito da me, senza schemi imposti, rende ogni pagina un gesto di consapevolezza e autonomia.
All’inizio, però, non è stato semplice. Ricordo che non volevo comprare un quaderno nuovo, non ero sicura che questo metodo potesse davvero fare per me. Così ho preso un vecchio taccuino con le pagine bianche, ho tracciato a matita i quadretti da 5×5 mm e poi, con una pazienza quasi assurda, ho segnato a penna i puntini tra un quadretto e l’altro. Volevo solo provare, senza investire troppo, senza rischiare. Sembra incredibile, vero? Invece ecco la testimonianza, l’ho conservato proprio per avere un ricordo di questa resistenza e poterne prendere atto in seguito. Nell’immagine vedete in basso a destra un taccuino con le pagine bianche, a sinistra il taccuino “adattato” da me e al centro la pagina di un normale taccuino “bullet”. Perché tanta fatica quindi? Per non spendere 10 euro per un nuovo quaderno? La risposta che mi sono data è che, sembra assurdo, ma a volte facciamo più fatica a resistere al cambiamento che a metterlo in atto.

Oggi rido di quella versione di me, così ostinata a voler controllare tutto, anche il quaderno su cui scrivere. Ma non sono l’unica. Nei miei corsi, spesso le persone si presentano con quaderni ad anelli, a quadretti, presi in casa un po’ alla rinfusa. Anche loro dicono: “Preferisco iniziare così, poi si vedrà”. E ogni volta penso a quanto sia difficile accettare il cambiamento, anche quello piccolo, apparentemente insignificante, come scegliere un nuovo supporto su cui scrivere. Eppure, è proprio in quel gesto, nel concederci di cambiare qualcosa di concreto e quotidiano, che iniziamo a cambiare davvero.
Se questo racconto ti ha ispirato o incuriosito, puoi seguire il blog per altri post dedicati al Bullet Journal e al potere gentile della scrittura a mano. E se ti va, condividilo con chi pensi possa averne bisogno: a volte basta un piccolo spunto per iniziare a cambiare.


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